L’insicurezza globale – la percentuale di persone frequentemente preoccupate da almeno una delle questioni “ambiente e natura”, “sicurezza alimentare”, “guerre” e “globalizzazione” – rappresenta la principale paura degli italiani nella Fase 2 dell’emergenza Covid-19, coinvolgendo a maggio 2020 il 78% del campione di popolazione analizzato, un dato in calo rispetto all’81% della Fase 1 (rilevamento du marzo), ma superiore rispetto al 75% rilevato a gennaio (stesso valore del 2019).

L’incertezza economica inquieta invece circa il 60% dei cittadini, dopo il comprensibile picco (69%) registrato durante la Fase 1, un valore ben superiore a quello rilevato nel gennaio di quest’anno (58%). In calo del 4%, invece, l’insicurezza legata alla criminalità (32% a maggio 2020 rispetto al 36% di gennaio, probabilmente a causa della prolungata quarantena).

L’84% degli italiani, nella Fase 2 dell’emergenza Covid-19, dichiara inoltre di aver paura del Coronavirus (56% a febbraio 2020), ma la preoccupazione è in calo rispetto ai mesi di aprile (90%) e marzo (96%). Le più preoccupate risultano essere le donne (89%), il timore cresce, anche considerando l’età media delle vittime della pandemia, dai 45 anni in avanti. Infine, per il 62% degli intervistati, il Coronavirus avrà effetti negativi sulle opportunità per il futuro.

È quanto emerge dal dodicesimo rapporto dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, realizzato da Demos&Pi e Fondazione Unipolis, che, in questa edizione, ha effettuato quattro rilevazioni demoscopiche che indagano sull’evoluzione del senso di insicurezza in seguito all’esplosione della pandemia da Covid-19 e sulla percezione sociale dell’emergenza.

I risultati del rapporto sono stati presentati oggi, venerdì 12 giugno 2020, nel corso di un evento online, dal gruppo di ricerca costituito da Fabio Bordignon, docente Università di Urbino, Luigino Ceccarini, docente Università di Urbino e Ilvo Diamanti, docente Università di Urbino nonchè direttore scientifico di DemosΠ sono poi stati discussi da Pierluigi Stefanini, presidente Gruppo Unipol e Fondazione Unipolis, Marco Balzano, scrittore, ed Eva Giovannini, giornalista e scrittrice.

“Nel gennaio 2020 i principali indici di insicurezza riproducevano l’andamento già delineato nel 2019 suggerendo una stabilizzazione dell’inquietudine sociale. Poi è arrivato il virus: l’insicurezza e la paura si sono diffuse. L’emergenza ha cambiato i nostri stili di vita, ha rafforzato il legame di fiducia tra le persone, la cautela verso gli altri e ha favorito il consenso verso il Governo, espresso da 2 italiani su 3, perché di fronte a un pericolo comune si cercano riferimenti comuni”, ha osservato Ilvo Diamanti. Lo scorrere del tempo ha però risollevato la tradizionale competenza degli italiani ad adattarsi alle emergenze e gli indici di paura hanno iniziato a scendere. Da tempo siamo “sicuri di essere insicuri” e ci adeguiamo ai cambiamenti, mascherati e cauti davanti agli altri, ci diamo il gomito invece che la mano. Più che di resistenza, parlerei di resilienza, la capacità di reagire a traumi e fratture e di risalire la china, ricostruendo il tessuto sociale originario e i fondamenti della nostra identità nazionale insieme a chi è più vicino a noi. Penso – ha concluso Diamanti – che stiamo assistendo a una nuova resilienza.

“Il quadro che emerge dalla ricerca evidenzia come occorra una strategia capace di investire sull’educazione alla salute, prevenzione e consapevolezza del ruolo che ciascuno di noi può svolgere per tutelare non solo la sua salute, ma quella dell’intera comunità”, ha dichiarato Pierluigi Stefanini. “Credo si debba accrescere la coscienza civica, perché solo in dimensione collettiva e cooperativa si affrontano le pandemie, per questo è importante incentivare la partecipazione democratica, attivare percorsi di cittadinanza. Ma per tutto ciò bisogna trovare modalità ed approcci nuovi che sfruttino il digitale, sia in sanità che in formazione che nei processi democratici, a partire dalla declinazione di una vera e propria strategia digitale del Paese”.

Gli stili di vita e il Coronavirus

Il virus, insieme ai decreti del Governo, ha cambiato in profondità abitudini e stili di vita degli italiani che tuttavia si modificano ulteriormente nel passaggio dalla Fase 1 alla Fase 2: se a marzo la totalità degli intervistati dichiarava di evitare il più possibile di uscire di casa (96%) e di incontrare persone che non siano stretti familiari (95%), il dato scende in generale intorno all’80% a maggio.

Nel frattempo, si è consolidata l’abitudine a indossare una mascherina o una protezione per bocca e naso ogni volta che ci si avventura fuori dalle mura domestiche: a marzo il 60% aveva già adottato questa precauzione, a maggio si è saliti al 96%, anche per effetto delle prescrizioni in questo senso attive in molti territori.

Quasi una persona su due ha sospeso l’attività lavorativa oppure è ricorsa allo smart working: 47% a marzo, che scende poi al 42%. Più di una persona su tre ha fatto scorte di cibo e altri prodotti: 37%, nella fase del lockdown.

Nella Fase 2 dell’emergenza, l’80% degli italiani si dichiara disponibile a sottoporsi a un test sierologico per il Coronavirus, il 68% a sottoporsi al vaccino non appena disponibile, mentre solo il 38% a installare una App di tracciamento sul proprio telefono. La preoccupazione per un eccesso di controllo emerge anche dal crollo della percentuale, tra marzo e maggio, di persone che crede che per garantire la sicurezza di tutti lo Stato deve limitare le libertà dei cittadini e aumenta tantissimo la percentuale di persone che crede che anche in una situazione di emergenza le persone devono essere libere di muoversi, di incontrarsi e lavorare.

Il 43% della popolazione è convinto che l’epidemia durerà almeno un anno, una consapevolezza in netta crescita rispetto al valore rilevato nel mese marzo (quando il 73% degli italiani era certo che la situazione si sarebbe risolta in alcuni mesi).

Guardando al futuro, il 37% degli intervistati ritiene che il Covid-19 cambierà i propri comportamenti almeno per i prossimi sei mesi, il 20% per almeno un anno. Solo il 10% ritiene che i cambiamenti saranno definitivi, al contrario il 17% dichiara che il virus non porterà a modificare le abitudini delle persone.

Il 62% degli italiani ritiene che il Coronavirus avrà effetti negativi sulle opportunità per il futuro, il 15% conseguenze positive e nessun effetto il 19%.

Se si considera la diffidenza nei confronti delle altre persone, la metà degli italiani dichiara di non esserlo, il 31% risulta diffidente solo nei confronti delle persone che con conosce, il 20% nei confronti di tutti.

La versione integrale del Rapporto è disponibile qui

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