INTERVENTO DI GIULIO FORTUNI

PRESIDENTE CRU UNIPOL – VENETO

COMUNITÀ: La capacità di includere. Il welfare pubblico della comunità Italia, come si configura oggi, non è inclusivo, non allarga i confini dei diritti.
Per chi ha un background come il mio – mi occupo di tutela del lavoro – il punto di partenza di ogni ragionamento che metta al centro il termine comunità, è la povertà crescente che sta trasformando i nostri territori. Allora, quando si parla di comunità, occorre ricordare che questo termine abbraccia tutti: chi ha un’occupazione, magari una famiglia, un ruolo, così come chi non ha più certezze, non “sta in comunità”, e non “fa comunità” come una scelta opzionale e superflua, al contrario ha bisogno della comunità per ottenere quel che ha di più necessario.

Altri interventi questa mattina hanno affrontato il tema, tuttavia voglio ugualmente ricordare che la prima necessità di una comunità qualsiasi è il lavoro. Perché solo lavorando posso rispondere sia ai bisogni essenziali e primari (vivere, abitare, curarmi) sia a quelli di prospettiva (far studiare i miei figli, offrire a me stesso e alla mia famiglia delle esperienze per crescere, per conoscere, per migliorarmi).

Infine, se la prima necessità di comunità è lavorare, la seconda è curarsi e avere sostegni in caso di perdita dell’autosufficienza.

Vi è ormai una diffusa sensibilità, non soltanto nel mondo sindacale, a ragionare sul welfare in chiave profondamente diversa dal passato. Dentro ogni organizzazione, come accade anche nella mia, si moltiplicano i momenti di riflessione, anche informale grazie agli strumenti della comunicazione digitale come le chat, i forum, i gruppi di lavoro.

Il punto nodale del welfare che dovremo costruire sarà la sua capacità non di consumare ma di generare valore. In termini pratici, per fare un esempio semplice, si tratta di elaborare un modello nel quale non vengono distribuite risorse economiche per sostenere ciascuno di noi nell’acquisto per servizio di cui abbiamo bisogno. Si tratta al contrario di mettere a disposizione soluzioni, che garantiscano un servizio adeguato, facendo leva su un progetto assicurativo, magari sulle competenze di una cooperativa sociale – mettano in campo cioè tutte quelle le leve che, allo stesso tempo, sono risposta a un bisogno reale e creano opportunità d’impresa e di lavoro altrettanto reali.

Dobbiamo ammettere per correttezza che non si tratta di argomenti nuovi. Tuttavia, il dato diverso è la crisi.
Allo stato attuale, solo in Veneto, la povertà è triplicata: oggi oltre il 15% di famiglie è entrato sotto la soglia di povertà, mentre eravamo a quota 5% otto anni fa.
Ma se guardiamo alla “zona grigia” della povertà relativa, quella che parla di privazioni (non vado in ferie, non mi curo…), il dato cresce molto. In valori assoluti si fa riferimento a cifre che vanno da 25.000 a bel 152.000 famiglie: una enormità in una regione come la nostra!
Si deve poi osservare che le famiglie povere sono spesso anche quelle più numerose.
E se andiamo ancora in profondità, guardando a fasce più deboli come quella degli anziani, attualmente l’assistenza arriva nel nostro territorio a poco più di 5.000 persone, avendo però esigenza di sostenerne 300.000.
Se il problema dell’autosufficienza è (e lo diventerà nei fatti) un tema centrale, non è in nessun modo pensabile attenderci la sola risposta del settore pubblico. È sempre più chiaro che ciascuno di noi deve imparare a ragionare in termini di prospettiva, garantirsi una dote da spendere nel futuro nel momento in cui avrò bisogno.

 

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